Entrare all’Istituto dei Ciechi di Milano significa fare un passo dentro un mondo che molti non conoscono davvero. Un mondo che non chiede compassione, ma comprensione. Non cerca pietà, ma opportunità.
Francesco mi accoglie con un sorriso sereno. La sua voce è calma, sicura. È il responsabile dei servizi al lavoro e della formazione: organizza corsi, segue progetti di inserimento e mantenimento lavorativo, si occupa di accessibilità museale e digitale. Lavora ogni giorno per costruire ponti tra il talento e l’opportunità.
Ma il suo percorso personale è iniziato molto prima.
“Tra i 14 e i 18 anni ho perso il mondo”
Francesco convive con la retinite pigmentosa, una malattia genetica che colpisce la retina e, nel tempo, porta alla perdita progressiva della vista.
Da bambino aveva solo qualche difficoltà. Poi, durante l’adolescenza, il cambiamento è stato radicale.
“Tra i 14 e i 18 anni ho perso il mondo.”
Parole forti. Parole che fanno fermare il cuore per un istante. Perdere la vista non significa solo non vedere più. Significa riorganizzare la propria identità, ridefinire i confini del possibile, imparare di nuovo a fidarsi dello spazio, delle persone, di sé stessi.
Eppure, nella sua voce non c’è amarezza. C’è determinazione.
Lo sport come rinascita
Quando Francesco ha perso completamente la vista, più di trent’anni fa, è stato lo sport a ridargli fiducia.
Ha praticato torball, sci di fondo, calcio, nuoto agonistico. Poi è arrivato il baseball. Amore a prima vista.
Ha iniziato a Bologna e, tornato a Milano, ha contribuito a fondare nel 1999 la squadra dei Milano Thunder’s Five. Oggi a Milano esistono due squadre di baseball per ciechi.
Lo sport, racconta, non è solo competizione. È orientamento, mobilità, fiducia nei propri sensi. È imparare a usare l’udito, il tatto, la percezione del suolo. È sperimentare il movimento in uno spazio protetto, per poi affrontare il mondo reale con maggiore sicurezza.
Lo sport non gli ha restituito la vista. Gli ha restituito la libertà.

Una scuola che ha saputo cambiare
L’Istituto dei Ciechi di Milano, un tempo scuola speciale con centinaia di bambini in collegio, dagli anni ’70 ha cambiato volto.
Oggi offre servizi tiflologici e tifloinformatici per supportare bambini e ragazzi con disabilità visiva inseriti nelle scuole comuni. Collabora con famiglie, insegnanti, Regione Lombardia. Perché l’inclusione non è solo mettere un bambino in classe. È dargli strumenti concreti per partecipare davvero.
Braille, didattica specifica, tecnologie assistive: ogni dettaglio conta.
Dialogo nel Buio: quando chi vede impara a sentire Uno dei progetti più straordinari dell’istituto è Dialogo nel Buio.
Dal 2005, migliaia di persone hanno vissuto un’esperienza immersiva completamente al buio. Guidati da una persona cieca, i visitatori attraversano ambienti quotidiani senza poter usare la vista.
Per un’ora, i ruoli si ribaltano.
Chi vede diventa insicuro.
Chi non vede diventa guida.
È un’esperienza che cambia prospettiva. Che insegna quanto siamo dipendenti dagli occhi e quanto poco utilizziamo gli altri sensi. Oggi il progetto include anche cene al buio, teatro ed escape room, creando opportunità di lavoro per 30-40 persone non vedenti.
Non è assistenzialismo. È inclusione reale.
La tecnologia che abbatte barriere
Francesco è anche docente di tifloinformatica. Insegna l’uso del computer attraverso screen reader, software che trasformano il contenuto visivo in voce sintetica.
Grazie a queste tecnologie assistive, una persona non vedente può utilizzare computer, smartphone, tablet, iPhone o dispositivi Android in piena autonomia.
La tecnologia, quando è accessibile, non è un lusso. È indipendenza.
Oltre la disabilità
La storia di Francesco non è una storia di “nonostante”.
Non è “nonostante la cecità”.
È “con la cecità”.
Lui lavora. Insegna. Fa sport. Ha una famiglia. Guida persone vedenti nel buio. Forma giovani studenti. Organizza progetti. Costruisce opportunità.
La vera disabilità, forse, è la nostra mancanza di consapevolezza.
Entrare in un luogo come l’Istituto dei Ciechi di Milano significa capire che la fragilità non è debolezza. È un’altra forma di forza.
E che la sensibilità non nasce dalla pietà, ma dall’ascolto.
Forse dovremmo chiudere gli occhi più spesso.
Non per non vedere.
Ma per imparare davvero a guardare.
https://www.istciechimilano.it
Articolo di Marian Gutierrez
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