Chef, autore, docente e volto noto della gastronomia venezuelana, Sumito Estévez ha aperto in Liguria da 6 mesi un nuovo capitolo del suo percorso con un progetto che intreccia memoria, territorio e identità culinaria.
A Chiavari, in via Entella, La Mèrica Osteria Latina racconta molto più di una nuova apertura gastronomica. Il progetto firmato da Sumito Estévez e Sylvia Sacchettoni si presenta infatti come un luogo di incontro tra America Latina e Italia, tra memoria e presente, tra una cucina che porta con sé un’origine precisa e un territorio che la accoglie, la interpreta e la trasforma. La Liguria, e Chiavari in particolare, sono il contesto concreto di questo dialogo: il luogo in cui una cucina venezuelana e latinoamericana si misura con il gusto italiano e con una nuova idea di appartenenza.
“Per me la cosa più significativa è stata la possibilità di appartenere a una comunità. Mi sento così bene a Chiavari che, alla fine, dovevo trovare un modo per appartenere a Chiavari, non solo come immigrato ma come parte della comunità. Questa è stata, onestamente, la ragione principale per aprire il ristorante.”
Un approdo che diventa appartenenza
Per il pubblico venezuelano, Sumito Estévez è da tempo una figura di riferimento che va ben oltre il mondo della ristorazione. Chef, autore, insegnante, imprenditore e personaggio televisivo, nel corso degli anni ha affiancato al lavoro in cucina un’intensa attività di divulgazione gastronomica. Oggi, però, l’aspetto più interessante non è soltanto il peso del suo nome, ma il significato del suo approdo in Italia e la scelta di costruire proprio qui una nuova fase del suo percorso. La Mèrica nasce anche da questo: dal desiderio di non essere soltanto di passaggio, ma di entrare davvero in relazione con il luogo in cui si vive.
La Mèrica, un nome che racconta due sponde
Anche il nome La Mèrica aggiunge un ulteriore livello di lettura. Richiama una memoria di partenze, attraversamenti e identità che si spostano, si riformulano e cercano nuova forma altrove. In questa prospettiva, il ristorante non si presenta semplicemente come un luogo dove si servono piatti latinoamericani, ma come un progetto che mette in relazione provenienza e approdo, radici e trasformazione.
“Il nome La Mèrica ci rappresenta moltissimo, perché dentro ci sono le nostre storie familiari, il nostro mondo, quello in cui crediamo. È un dialogo tra due continenti, ma anche tra me e mia moglie, tra le nostre culture e le nostre migrazioni.”
Una cucina venezuelana pensata come ponte
Da qui il racconto si sposta naturalmente dal nome ai piatti, cioè dalla dichiarazione d’intenti alla cucina vera e propria. La proposta del ristorante si muove lungo un asse preciso: custodire la memoria gastronomica venezuelana e latinoamericana, ma lasciarla dialogare con l’Italia senza irrigidirla in una formula chiusa. È un punto che Estévez chiarisce con grande precisione nell’intervista, spiegando che non avrebbe avuto senso mettersi a fare semplicemente i piatti del territorio che qui fanno tutti e che allo stesso tempo ogni preparazione deve funzionare come un ponte con il pubblico italiano.
Il punto più interessante, in effetti, non è soltanto che cosa c’è nel menù. È il modo in cui quel menù nasce, si sviluppa e continua a evolversi. Quando un ristorante si fonda su un’identità così riconoscibile, la domanda decisiva riguarda infatti il processo creativo: quanto contano la stagionalità, il mercato locale, la disponibilità degli ingredienti, la memoria personale e la coerenza con il progetto? Nel suo racconto tutto questo è molto concreto: il mercato del mattino, le verdure comprate giorno per giorno, l’osservazione del gusto italiano, l’adattamento alle abitudini locali e il tempo necessario a capire davvero il ritmo del territorio.
“Io mi presento prima di tutto come ristorante venezuelano, ma ho cercato con attenzione che tutti i piatti fossero un ponte. Dico sempre, anche un po’ per scherzo, che questo è un ristorante venezuelano ‘contaminato’ dall’italiano. Faccio il nostro asado negro (arrosto di manzo tipico venezuelano), meno dolce perché è pensato per un pubblico italiano, e lo servo con i paccheri. Faccio la polvorosa de pollo (piatto tipico di Caracas), ma la servo con una crema di pomodoro che in Venezuela non useremmo così. Voglio che chi entra qui impari i miei sapori, ma anche che si senta a proprio agio.”
Nel caso di Sumito Estévez, la cucina non arriva a Chiavari come semplice firma d’autore. Arriva come parte di una biografia pubblica fatta di insegnamento, comunicazione e racconto del cibo. Questo rende La Mèrica interessante non soltanto per ciò che propone nel piatto, ma per ciò che rappresenta nel contesto italiano: un luogo in cui la gastronomia può parlare di migrazione, appartenenza, continuità e reinvenzione senza perdere concretezza. Anche il posizionamento pubblico del ristorante insiste su questa doppia anima: latina nella matrice, ligure nel luogo in cui si radica.
Un ristorante che diventa destinazione
Anche la risposta del pubblico contribuisce a chiarire il senso del progetto. Da un lato c’è il territorio ligure, con clienti italiani chiamati a entrare in relazione con una proposta che parla una lingua gastronomica diversa, ma mai chiusa. Dall’altro c’è una componente venezuelana e latinoamericana che riconosce in La Mèrica non solo un ristorante, ma anche un luogo di memoria, appartenenza e incontro. In questa tensione tra scoperta e riconoscimento, tra pubblico locale e comunità che arriva anche da più lontano, il progetto trova una parte importante della sua identità. Estévez racconta che oggi una parte rilevante della clientela è composta da venezuelani che raggiungono Chiavari anche da Svizzera, Germania, Francia, Austria o da altre città italiane, spesso organizzando il viaggio proprio per venire a mangiare da lui.
A rendere significativo il progetto non è quindi soltanto il nome di un cuoco già conosciuto, né solo il fascino dell’incontro tra Venezuela e Italia. Ciò che colpisce davvero è il modo in cui La Mèrica costruisce un linguaggio proprio, capace di tenere insieme memoria e contemporaneità, origine e trasformazione, identità e ascolto del luogo.
Oltre il ristorante, uno sguardo sul futuro
Questa fase, del resto, non sembra fermarsi ai confini del ristorante. Tra i progetti più recenti c’è la partecipazione a un viaggio gastronomico in Islanda con Boreal Expedition: dieci giorni in cui Estévez accompagna il gruppo come chef, cucinando per tutta la durata del tour. Una collaborazione nata quasi per caso, da un’amicizia, e diventata un appuntamento molto richiesto dal suo pubblico.
Forse è proprio qui che La Mèrica acquista il suo significato più profondo: non soltanto nel dialogo tra Venezuela, America Latina e Italia, ma nel fatto che questo dialogo prenda forma dentro una stagione della vita in cui il tema non è più ricominciare altrove, bensì dare continuità, senso e durata a ciò che si è scelto di costruire.
Se dovesse riassumere La Mèrica in una sola parola, Estévez non ha dubbi: “Futuro”. Una risposta che dice molto non solo del ristorante, ma anche del momento umano in cui nasce. “Appartengo a una generazione a cui hanno insegnato che, arrivati ai sessant’anni, si fosse pronti a non fare più nulla. A ritirarsi. Noi immigrati venezuelani, invece, siamo usciti dal nostro Paese a questa età, senza pensione, senza risparmi. Io non voglio andarmene da Chiavari. L’unico modo per restare è lavorare. E questo posto me lo permette.”
Ed è forse proprio qui il senso più interessante del progetto: non portare semplicemente una cucina da un’altra parte del mondo, ma costruire, piatto dopo piatto, una nuova idea di casa.
La Merica – Osteria Latina. Via Entella, 87, 16043 Chiavari GE – IG: La Mèrica
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