Sougwen Chung arriva a Milano: a Palazzo Citterio il dialogo visionario tra corpo, macchina e intelligenza artificiale

Dal 23 aprile al 14 luglio 2026, il grande ledwall di Palazzo Citterio ospita per la prima volta in Italia Body Machine (Meridians), il progetto dell’artista sino-canadese Sougwen Chung, figura di riferimento internazionale nella ricerca tra performance, robotica, disegno e AI.

Milano si prepara ad accogliere una delle voci più interessanti e radicali del panorama artistico contemporaneo internazionale. Dal 23 aprile al 14 luglio 2026, il grande ledwall di Palazzo Citterio presenta Body Machine (Meridians) di Sougwen Chung, in quella che si annuncia come la prima apparizione in Italia di questo progetto espositivo. L’appuntamento si inserisce nel programma delle mostre di Palazzo Citterio, nuovo polo della Grande Brera aperto al pubblico nel dicembre 2024, oggi sempre più centrale nel dialogo tra patrimonio storico e linguaggi del contemporaneo.

Artista e ricercatrice sino-canadese, Sougwen Chung è riconosciuta a livello globale come una pioniera della collaborazione uomo-macchina in ambito artistico. La sua pratica attraversa disegno, performance, installazione, scultura e sistemi robotici, interrogando da anni il confine – sempre più poroso – tra gesto umano e gesto algoritmico. Sul suo percorso pesano riconoscimenti importanti: Chung è stata inclusa da TIME tra le personalità più influenti nell’ambito dell’intelligenza artificiale ed è stata insignita del TIME100 Impact Award, oltre a essere stata segnalata come Cultural Leader al World Economic Forum.

Con Body Machine (Meridians), questa riflessione si fa ancora più stratificata. Il lavoro, sviluppato tra il 2024 e il 2025, viene descritto come una serie di “speculazioni biomimetiche”: forme generate e “scolpite nell’aria” che immaginano la macchina non come entità separata, ma come estensione di un sistema vivente. Il concetto di “meridiani” attraversa l’opera in una duplice accezione: da un lato come misura del pianeta, dall’altro come traiettoria interna al corpo. È proprio in questa tensione tra geografia, organismo e tecnologia che il progetto costruisce la sua forza visiva e teorica.

Più che una celebrazione tecnologica, il lavoro di Chung sembra proporre una lettura diversa e più sottile del presente: non una macchina che sostituisce l’umano, ma un dispositivo che ne prolunga, traduce e talvolta destabilizza il gesto. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale è spesso raccontata in termini di efficienza, controllo o minaccia, Body Machine (Meridians) sceglie invece la via dell’interdipendenza, trasformando il rapporto tra corpo e sistema in una coreografia di coesistenza.

La presenza dell’opera sul grande ledwall di Palazzo Citterio non è un dettaglio secondario. Il formato amplifica infatti la dimensione immersiva del progetto e rende il supporto stesso parte dell’esperienza: la superficie luminosa diventa un’estensione della materia digitale, uno spazio in cui il segno non si limita a essere visto, ma sembra quasi emergere come fenomeno vivo. Una scelta coerente con la vocazione di Palazzo Citterio, che si sta configurando come luogo capace di accogliere linguaggi ibridi e sperimentali all’interno del più ampio ecosistema di Grande Brera.

Situato nel cuore di Brera, tra via Brera 12 e 14, Palazzo Citterio è oggi uno dei punti nevralgici della scena culturale milanese: museo statale autonomo e parte integrante del progetto Grande Brera, affianca alla dimensione museale storica una programmazione sempre più aperta al contemporaneo. In questo contesto, l’arrivo di Sougwen Chung non appare come una semplice ospitalità internazionale, ma come un segnale preciso: Milano conferma la volontà di posizionarsi come spazio di confronto sulle nuove estetiche generate dall’incontro tra arte, scienza e tecnologia.

Con Body Machine (Meridians), la città ospita così un’artista che non usa l’AI come effetto speciale o scorciatoia visuale, ma come materia critica, linguaggio e campo di ricerca. Ed è forse proprio qui il punto più interessante della mostra: ricordarci che, nel tempo delle macchine intelligenti, la domanda decisiva non è cosa possano fare gli algoritmi da soli, ma quali forme di immaginazione possono ancora nascere quando il corpo resta al centro.

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